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Nella Ratio Fundamentalis dei Seminari (Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale, 8 dicembre 2016), la formazione viene presentata come unica, integrale, comunitaria e missionaria. La formazione dei presbiteri è infatti il proseguimento di un unico “cammino discepolare”, che inizia con il battesimo, si perfeziona con gli altri sacramenti dell’iniziazione cristiana, viene accolto come centro della propria vita al momento dell’ingresso in Seminario e prosegue per tutta l’esistenza. La formazione – sia quella iniziale in Seminario che quella permanente – va compresa in una visione integrale che tenga conto delle quattro dimensioni proposte da Pastores dabo vobis, che insieme compongono e strutturano l’identità del seminarista e del presbitero e lo rendono capace di quel “dono di sé alla Chiesa”, che è il contenuto della carità pastorale. Occorre che l’intero percorso di formazione non si identifichi con un solo aspetto, a scapito degli altri, ma sia sempre un cammino integrale del discepolo chiamato al presbiterato.

Tale formazione ha un carattere eminentemente comunitario sin dalla sua origine; la vocazione al presbiterato, infatti, è un dono che Dio fa alla Chiesa e al mondo, una via per santificarsi e santificare gli altri che non va percorsa in maniera individualistica, ma sempre avendo come riferimento una porzione concreta del Popolo di Dio. Tale vocazione viene scoperta e accolta all’interno di una comunità, si forma in Seminario, nel contesto di una comunità educante che comprende varie componenti del Popolo di Dio, per portare il seminarista, con l’ordinazione, a far parte della “famiglia” del presbiterio, al servizio di una comunità concreta.

All’interno di questa unica formazione, integrale e progressiva, si distinguono la fase iniziale e quella permanente. A sua volta, nella Ratio Fundamentalis, la formazione iniziale viene articolata in varie tappe: propedeutica, degli studi filosofici o discepolare, degli studi teologici o configuratrice, pastorale o di sintesi vocazionale.

La tappa propedeutica, con un’identità e una proposta formativa specifiche, è presentata come necessaria e obbligatoria. Riguardo alla tappa discepolare e a quella configuratrice, tali denominazioni accompagnano quelle consuete di “fase degli studi filosofici” e “fase degli studi teologici”. Si vuole per altro evidenziare che l’ambito intellettuale, con gli studi previsti di Filosofia e di Teologia, non è l’unico da considerare in vista della valutazione del cammino compiuto in ogni tappa dal seminarista e dei progressi conseguiti. Piuttosto, il discernimento complessivo, operato dai formatori su tutti gli ambiti della formazione, consentirà il passaggio alla tappa successiva solo a quei seminaristi che, oltre ad aver sostenuto gli esami previsti, abbiano raggiunto il grado di maturità umana e vocazionale di volta in volta richiesto.

Infine, la tappa pastorale, o “di sintesi vocazionale”, intende conferire una peculiare importanza al tempo che intercorre tra la conclusione della formazione in Seminario e l’ordinazione presbiterale, al fine di favorire nel candidato l’adeguata consapevolezza in vista di essa.

Il discepolato e la configurazione a Cristo, ovviamente, accompagnano tutta la vita; ciò che le denominazioni di tappa discepolare e tappa configuratrice intendono proporre è la speciale attenzione da dedicare in due momenti della formazione iniziale alla consapevolezza dell’essere discepoli e alla necessità di intendere la chiamata al ministero e la vita sacerdotale come una continua configurazione a Cristo.

Quanto alla formazione permanente, per sua natura, essa non può essere schematizzata in “tappe” precostituite; pertanto, sono stati indicati soltanto momenti, situazioni e strumenti, che possono giovare ai sacerdoti e agli incaricati della formazione permanente per vivere e per proporre iniziative concrete.